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Gli effetti dell’architettura moderna sul nostro modo di vivere, sentire e relazionarci

Grigia, opaca, concepita per il lavoro: è la vita che le moderne capitali globali sembrano imporre. Ogni angolo della città grida “produttività”, “guadagno”, “carriera”.

Qui, l’unica religione veramente sentita è il culto del Denaro.

Recenti studi dimostrano come ansia, stress e burnout non siano causati soltanto dalla cultura capitalistica del lavoro, ma anche dalla morfologia delle città in cui abitiamo. In particolare, si è osservato l’impatto psicologico dei suoi palazzi: alte e squadrate costruzioni di cemento, prive di anima e fantasia.

La questione è urgente anche dal punto di vista ambientale. Si stima infatti che l’11% delle emissioni globali di Co2 derivi proprio dalla demolizione e costruzione degli edifici, oltre che dai materiali utilizzati.

In questo contesto architetti, urbanisti ed esperti in scienze comportamentali si interrogano sul ruolo della città per il benessere delle persone.

“Radically more human“: The Humanise Wall lancia un messaggio

Inaugurato a settembre 2025 in occasione della 5a Biennale di Architettura e Urbanistica di Seoul, The Humanise Wall (“Il Muro dell’Umanizzazione”) è un’imponente installazione nel cuore della capitale sudcoreana. L’opera si presenta come un alto muro intrecciato lungo 90 metri, realizzato con 1428 piastrelle d’acciaio, che domina la Songhyeon Green Plaza.
Sulle sue pareti sono riportate 400 fotografie di edifici provenienti da 38 paesi, progettati da 110 architetti, accompagnate da frasi provocatorie come “Perché ogni cosa ha l’aspetto del denaro?” o “Da quando le città sono diventate noiose?” (“Why does everything look like money” o “When did cities become boring?”).

L’opera fa parte della campagna Humanise, iniziativa lanciata nell’ottobre 2023 dall’architetto Thomas Heatherwick: una missione globale decennale che mira ad affrontare i problemi psicologici, fisici e sociali derivanti dalla vita nelle metropoli contemporanee. Con questa installazione Heatherwick e il suo team non intendono limitarsi al design, ma vogliono scuotere l’attenzione dei passanti attraverso dimensioni, colori, immagini e interrogativi di fronte ai quali è difficile rimanere indifferenti.

In un mondo grigio, l’essere umano diventa opaco

L’indifferenza è il sentimento che nasce quando le persone non amano il luogo in cui vivono. Viene in mente il tipo metropolitano di cui parla il filosofo e sociologo Georg Simmel ne “Le Metropoli e la vita dello spirito”: l’individuo blasé.

Disincantato e annoiato, [1] l’individuo blasé assume l’atteggiamento di chi “ha già visto tutto” in un mondo dominato dal denaro. Il contesto moderno sovrastimolante lo ha portato a soffocare le emozioni, privilegiando l’intelletto rispetto alla ragione e l’immediatezza alla riflessività. Da qui nasce una mentalità quantitativa, strettamente economico-monetaria.

L’essere blasé comporta un senso di chiusura e riservatezza: una difesa necessaria, causata dalla rapida successione di stimoli nervosi contraddittori a cui ci si sottopone vivendo nel caos metropolitano. L’indifferenza diventa così l’arma dell’uomo per proteggere la sua vita psichica dagli incessanti stimoli di uno spazio disantropico.

D’altronde, come biasimarlo? Se dovessimo elaborare ogni boato o sussurro di cui siamo testimoni, [2] ciascuno di noi diverrebbe interiormente del tutto disintegrato.

Georg Simmel opera tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo eppure, dopo più di cento anni, l’individuo blasé non ci appare così distante. Anzi, ci sembra quasi di riconoscerlo in noi stessi. Applicare la teorizzazione simmeliana alla network society di oggi mostra come il distacco emotivo dell’uomo moderno derivi sempre più dalla necessità di difendersi dal flusso continuo di stimoli.

Provate a immaginare la strada che percorrete ogni giorno per andare al lavoro. La routine prosegue inesorabile: la sveglia suona presto la mattina e, poco dopo, vi ritrovate già catapultati in una metropolitana affollata. Proseguite la giornata prigionieri per nove ore in un ufficio dove la luce naturale sembra un miraggio a subire la collera del capo e lo sfogo del collega disagiato. Una volta usciti, percorrete la strada verso casa facendo finta di non vedere il senzatetto appoggiato alla vetrina di un negozio di lusso in centro città. Aprite il portone del monolocale strapagato in cui abitate e cenate con un panino del fast-food.

Quando finalmente giunge l’ora di andare a dormire, vi perdete in uno scrolling infinito tra Instagram e Tik Tok, per poi addormentarvi con lo schermo del telefono ancora acceso che vi illumina nel buio della stanza.

Tutto ciò evitando contatti ravvicinati con parenti insolenti, vicini ficcanaso, amici troppo competitivi o persone che la mattina in metropolitana hanno tanta voglia di chiacchierare. Questa è solo una frazione degli stimoli ai quali siamo soggetti, ma basta a giustificare l’immobilismo della nostra società. Come un meccanismo di salvaguardia del sé, i sentimenti dell’uomo moderno vengono prontamente soppressi. Non reagire significa proseguire, più o meno illesi, la propria giornata.

In queste città è difficile nutrire affetto per il luogo in cui si abita. Anche perché, per molti, quello stesso luogo rappresenta soltanto un punto di passaggio o una fase della vita che è destinata a finire.

Ed è qui che si chiude il cerchio: l’apatia verso lo spazio che abitiamo rende accettabile la sua demolizione. Tuttavia, quando si tratta di smantellare e costruire da zero nuovi edifici, l’indifferenza che entra in gioco non è soltanto nei riguardi di se stessi, ma anche dell’ambiente.

«[…] quando le persone non sono affezionate agli edifici, è molto più probabile che li demoliscano».

(“[…] when people don’t love buildings, they’re more likely to demolish them”, dice Thomas Hetherwick nel suo discorso a TED nel 2022)

Esiste una soluzione?

La Humanise Campaign tenta di dare una risposta. Tutto parte da una semplice regola: un edificio dovrebbe catturare l’attenzione per il tempo che si impiega a passargli accanto. Diverse ricerche dimostrano come costruzioni monotone e prive di complessità visiva aumentino i livelli di cortisolo, alimentando così lo stress.

Lo psicologo e ricercatore Colin Ellard ha dimostrato «il profondo impatto che la progettazione degli edifici ha su come ci sentiamo, su come ci trattiamo l’un l’altro e sul nostro modo di vivere». Pertanto, la nostra intera vita sociale è fortemente condizionatadai luoghi in cui siamo inseriti.

L’azione di riqualificazione deve quindi tenere conto di 3 aspetti principali:

  • Emotion as a function, ovvero l’idea che un edificio non sia funzionale soltanto in termini di
    utilità abitativa o lavorativa, ma anche per le emozioni e le sensazioni
    che è in grado di suscitare nelle persone;
  • 1000 year thinking, progettare edifici con la speranza e l’ambizione che possano durare nei secoli;
  • Prioritise door distance, vale a dire concentrare le qualità più belle e interessanti di un
    edificio entro due metri dalle porte, nelle aree più vissute e
    frequentate di una costruzione.

La sfida dell’umanizzazione

Gli spazi urbani sono fatti di persone che, per necessità o passione, li abitano quotidianamente. È qui che risiede la vera impresa per l’uomo: rendere le città vivibili, alimentando quel senso di solidarietà che unisce le persone tanto da farle sentire parte di una comunità unica che lavora all’unisono.

Questo è umanizzare le metropoli.

Bibliografia

  • [1] Georg Simmel, Le metropoli e la vita dello spirito, a cura di Paolo Jedlowski, Armando Editore, collana “Classici di sociologia”, ristampa 2012, p. 21
  • [2] Ivi, p.44

Photo Credits

Mattia Pescetelli e Chiara De Maio

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