Una storia dalle Vele di Scampia

Emanuele non è solo Il Poeta di Scampia, ma una persona che ha vissuto la complessità di uno spazio inospitale. Prima un bambino tra le Vele, poi un adolescente in cerca di se stesso e infine un uomo che osserva con consapevolezza la realtà che lo circonda.

Laurea di Emanuele, 2019 (Scampia, Napoli)

«Mi hanno sempre dipinto come il ragazzo che ce l’ha fatta e in effetti è vero: i libri mi hanno salvato. Mi sono laureato in lettere moderne, ho pubblicato le mie raccolte di poesie e oggi faccio il professore. Quando ero piccolo avevo uno stile di vita diverso da quello dei miei coetanei, che giocavano con le pistole o spacciavano droga per il soldo facile.
Tuttavia, la retorica con cui i giornali mi hanno presentato è equivocabile, perché porta a non indagare più su chi invece non ce l’ha fatta e sul perché non ce l’abbia fatta. Importanti scrittori del passato hanno sputato su Scampia e a me questo non va bene».

Così Emanuele Cerullo apre la conversazione.

Le Vele di Scampia sono un complesso di residenze popolari situato nella periferia nord di Napoli, costruito intorno agli anni Settanta. L’idea all’origine del progetto era moderna e ben congegnata, ispirata alle teorie architettoniche brutaliste e utopiche. Spazi intermedi, piazze e servizi erano pensati per favorire l’inclusione sociale e il senso di comunità.
Eppure, il destino del quartiere fu molto diverso. Le inadempienze amministrative, l’abbandono istituzionale e l’emergenza abitativa resero ben presto le Vele di Scampia il simbolo della marginalità e del disagio sociale.

Al di là del degrado, quei palazzi sono stati la casa di Emanuele fino ai suoi quattordici anni. «Quando passavo per i ballatoi della Vela potevo sentire le canzoni neomelodiche provenire dagli stereo delle signore che facevano i servizi. Questo elemento molto mediterraneo mi ha accompagnato in quella fase della mia vita. Gli schiamazzi dei bambini che giocavano sotto al garage, le voci sovrapposte dei cantanti neomelodici e il dialetto napoletano di periferia sono i suoni e i rumori che mi vengono in mente quando penso a casa».

Cerullo diventa “il Poeta di Scampia” nel 2009, dopo un articolo pubblicato dal quotidiano La Stampa. Un po’ per passione e un po’ per necessità, ha trovato nella poesia l’involucro in cui conservare ciò che sentiva dentro.

«Sicuramente in un primo momento la poesia è stata per me un rifugio. Era il 2006 e andavo a scuola al Virgilio IV, di fronte alle Vele. Quello era uno dei periodi più cruenti per Scampia, con la faida di Camorra, perciò anche in classe c’era tensione. Quell’anno scrissi circa 200 poesie, non per ispirazione, ma per un bisogno quasi nevrotico di distinguermi».

Crescendo però, la poesia è diventata anche un modo per guardare il mondo con occhi diversi. Lo spiega mentre racconta le giornate in cui faceva filone a scuola: «Andavo all’ultimo piano della Vela Celeste, la mia vela, e osservavo le montagne. Trascorrevo lì la mattinata a riconoscere le vette degli Appennini. Perciò direi che per me la poesia è stata rifugio ed evasione allo stesso tempo».

«Ormai le Vele di Scampia sono diventate un brand», dice Emanuele. Negli ultimi anni si è diffusa l’idea per cui gli abitanti delle Vele siano riusciti comunque a creare un forte senso di comunità nonostante le condizioni degradanti in cui sono stati costretti a vivere. Questo però non è del tutto vero e le motivazioni sono varie.

«Partiamo dalla storia», dice Cerullo. «Il progetto delle Vele non coincide in nessun modo con la sua realizzazione. I materiali utilizzati erano scadenti, i ballatoi molto più stretti, il gioco della luce non veniva rispettato. L’architetto (si riferisce a Francesco “Franz” Di Salvo) si rese conto della gestione dannosa da parte della politica sulle Vele e si rifiutò di dirigere i lavori. Queste mancanze arrivano dall’alto, dal potere. Il pensiero diffuso secondo cui le conseguenze del degrado di Scampia siano dovute ai suoi abitanti, persone ignoranti e selvagge, può sembrare plausibile, ma facciamo attenzione». Infatti, ciò su cui Emanuele sposta l’attenzione è la mancanza di negozi, servizi e spazi intermedi in cui incontrarsi.

«Ad esempio, quando ero ragazzino l’unico luogo di ritrovo era o’ bigliard, il biliardo. Non c’era altro. Un luogo fatto di relazioni precarie, e ancora oggi lo sono. Io e te stiamo dialogando in un periodo di passaggio qui a Scampia: molte cose si stanno trasformando. Le Vele sono ormai quasi tutte demolite e al loro posto stanno costruendo nuovi alloggi popolari per gli attuali sfollati. Il problema è alla radice: non c’è ambiente da salvare se non si salva prima l’uomo».

Adesso però per Emanuele Cerullo sta per cominciare una nuova fase. “Il Poeta di Scampia” sta lavorando al suo prossimo romanzo, con cui chiuderà i conti con il suo quartiere e andrà avanti, dicendo addio al personaggio che gli è stato cucito addosso e che, in un certo senso, lui stesso aveva voluto sin dall’inizio.

Il ventre di Scampia

Pubblicata nel 2016, la prima raccolta di poesie di Emanuele Cerullo

La vita nella Vela Celeste ha lasciato un segno nel cuore di Emanuele e nel suo modo di guardare il mondo.
«Giocare a calcio con gli ascensori usati come porte era la normalità per me. Adesso tutto ciò che è marginale e imprevedibile mi interessa: lo cerco nelle cose, nelle persone, nelle relazioni. Forse è questa una traccia importante che mi ha lasciato la Vela».

Del resto, come Emanuele insegna ai suoi alunni quando introduce un nuovo poeta:

«Noi siamo i luoghi che abitiamo e i veri testimoni del nostro tempo»

Emanuele Cerullo, ex abitante delle Vele di Scampia

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