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Il Fresh Start Effect
e la paura di sbagliare
e la paura di sbagliare
Apro Instagram e il mio algoritmo è invaso di storie e post di persone entusiaste di cominciare questo “anno nuovo”. Perché sì, per molti – anche per te che stai leggendo questo articolo – settembre rappresenta un nuovo inizio, forse ancora più concreto rispetto al primo gennaio.
Eppure, mentre gli altri sembrano rimettersi in moto, tu ti senti fermo. Anche se sai cosa vorresti fare, non riesci a cominciare: il divano attira di più.
Così può generarsi un circolo vizioso. Ci sentiamo in ritardo, andiamo istintivamente sui social alla ricerca di qualcuno che si senta come noi e magari, tra un commento e l’altro, lo troviamo. Per un momento ci sentiamo meno soli. Poi arrivano i post celebrativi dei nuovi inizi: nuove routine, giornate “super produttive”, obiettivi raggiunti e progetti entusiasmanti. Il confronto torna a farsi sentire e può aumentare quella sensazione di essere in ritardo, portandoci a rimandare ancora una volta l’inizio di qualcosa.
Ma siamo davvero semplicemente pigri?
Cosa succede, psicologicamente, quando vorremmo andare avanti e allo stesso tempo ci sentiamo incapaci di muoverci?
Ne ho parlato con Lorenzo Gagliardi, studioso di scienze comportamentali e fondatore del progetto di divulgazione Non è la Zebra.
Settembre e gennaio sono due mesi che funzionano come dei marcatori temporali, o temporal landmarks: momenti che separano simbolicamente il vecchio sé da quello che vorremmo diventare. Da qui si sviluppa la ricerca sul cosiddetto fresh start effect, l’effetto nuovo inizio. Questi nuovi inizi, a un livello più micro, possono essere anche il lunedì, il primo giorno del mese o il compleanno, ad esempio quando si raggiunge la maggiore età. Sono dei marcatori perché, culturalmente, coincidono con un inizio e con una ripresa.
A tal proposito, Gagliardi cita uno studio classico in materia, condotto da H. Dai e colleghi nel 2014, The Fresh Start Effect: Temporal Landmarks Motivate Aspirational Behavior. La ricerca parte da un’ipotesi chiara: le persone sono più propense a dedicarsi ai propri obiettivi con l’avvicinarsi di alcuni momenti temporalmente significativi.
Attraverso tre studi sul campo, i ricercatori hanno analizzato alcuni marcatori temporali – come il lunedì, l’inizio del mese o dell’anno, un compleanno o una festività – osservando che in corrispondenza di questi momenti aumentavano comportamenti orientati al raggiungimento di obiettivi, dalle ricerche della parola “dieta” agli accessi in palestra, fino agli impegni registrati sulle app di commitment.
Ma perché ciò accade? Secondo gli studiosi, durante queste fasi dell’anno si ha la possibilità di relegare le imperfezioni del passato a un periodo ormai concluso. Questo porta le persone ad assumere una prospettiva più ampia sulla propria vita e, di conseguenza, può motivarle ad adottare comportamenti orientati al raggiungimento delle proprie aspirazioni.
La cosa interessante è che il calendario è un costrutto sociale per definizione. In realtà, in questa pressione che senti e che ti porta a rimuginare se non ti senti pronto a ripartire, è intrinseca una dinamica sociale. Di per sé non c’è nessuna reale separazione temporale. Tuttavia, è anche vero che per molti questi periodi hanno un effetto positivo: le persone sperimentano una spinta motivazionale. C’è chi riesce a gestirla bene e a cogliere questo momento come un’occasione per ripartire e c’è chi, al contrario, subisce una sorta di confronto sociale. Questo succede perché questa spinta si scontra con un’inerzia.
L’inerzia di cui parla Gagliardi prende forma nell’errore dello status quo, ovvero quella tendenza cognitiva che induce le persone a preferire la condizione attuale piuttosto che accettare il cambiamento, anche quando le alternative potrebbero essere più vantaggiose.
L’esempio che faccio sempre a lezione sono i piani tariffari dell’operatore telefonico. Io ho lo stesso gestore telefonico da anni. Potrei tranquillamente cambiarlo e ottenere una tariffa migliore, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. O meglio, ci sono di mezzo dei costi di transazione, ovvero tutti quei costi che noi sopportiamo quando dobbiamo raccogliere nuove informazioni o dobbiamo negoziare le informazioni con qualcun altro – come, ad esempio, un dipendente del gestore telefonico o la segretaria della palestra. Ma anche l’imbarazzo sociale che proveremmo a confrontarci con queste persone.
Sono costi intangibili che contribuiscono a farci percepire come più conveniente rimanere dove siamo. E questo, in qualche modo, ci immobilizza.
Come si definisce questa tendenza in psicologia?
Questo fenomeno ha una grande tradizione di ricerca. In generale, in psicologia si parla di intention-action gap, un divario tra l’intenzione e l’azione. Desiderare un cambiamento non è una condizione sufficiente affinché poi il cambiamento avvenga.
La differenza principale tra il desiderare un cambiamento e metterlo in pratica è probabilmente intrinseca nella definizione stessa. L’intenzione riguarda un obiettivo astratto: io voglio dimagrire, voglio smettere di fumare, voglio risparmiare di più. Però l’azione richiede un momento, un luogo e un comportamento precisi.
Molti cambiamenti sono difficili da affrontare perché il cambiamento ha in sé il concetto di incertezza e di potenziale perdita
Spesso ci ritroviamo a non prendere alcuna decisione quando temiamo che la nostra scelta possa rivelarsi sbagliata, considerando anche il fatto che non tutti gli errori che potremmo commettere hanno lo stesso costo. Eppure, in determinati casi, l’essere umano tende a essere sorprendentemente ottimista di fronte all’incertezza. Pensiamo, per esempio, a chi decide di avviare un progetto, pur sapendo che potrebbe non andare come sperato. Come riportato nel libro di Lorenzo Gagliardi Errori umani. La scienza delle nostre decisioni (sbagliate), quando il costo di tentare e fallire è relativamente basso rispetto al possibile beneficio, può valere la pena rischiare di sbagliare piuttosto che non provarci affatto.

Nel suo agire quotidiano, l’essere umano è condizionato dal confronto sociale. Guardiamo gli altri, prendiamo ispirazione, imitiamo, capiamo come comportarci. In questi termini, il confronto sociale può anche amplificare la sensazione di sentirsi in ritardo.
Come è cambiata questa percezione con l’arrivo dei social, considerando che l’essere “super produttivi“ è diventato un vero e proprio trend?
Come spiega Gagliardi, il concetto stesso di nuovo inizio ha una forte componente sociale. Siamo noi, culturalmente, ad attribuire a determinati momenti – come il primo gennaio o settembre – il significato di una ripartenza. Quando arriviamo a queste date, quindi, non partiamo mai completamente da zero: sappiamo che esiste un’aspettativa sociale secondo cui dovremmo riprendere a “carburare”.
L’arrivo dei social amplifica ulteriormente questa dinamica. Se un tempo potevamo venire a conoscenza delle novità di settembre attraverso il racconto di un’amica, oggi abbiamo davanti un campione molto più ampio di persone con cui confrontarci. Un campione, però, inevitabilmente distorto: sui social non vediamo la vita nella sua interezza, ma una versione selezionata edulcorata di ciò che gli altri scelgono di mostrare.
È proprio questo confronto continuo tra ciò che stiamo facendo e ciò che vediamo fare agli altri che, ci può portare a chiederci cosa potremmo fare anche noi. Da qui può innescarsi il meccanismo della FOMO. Per chi non la dovesse conoscere, la Fear of Missing Out è quella (frustrante) sensazione che gli altri stiano facendo esperienze più gratificanti, più interessanti o più significative di quelle che stiamo facendo noi. Ciò ci spinge a voler essere sempre aggiornati, presenti e connessi.
Entra così in gioco il tema della produttività, che sui social può trasformarsi in una vera e propria performance.
Per dire di aver fatto davvero qualcosa devi anche mostrarla, sembrare costantemente attivo sulle piattaforme. C’è il rischio che si trasformino vite diverse, con tempi diversi, vissute con ritmi diversi, in una gara che ha un unico orario e un’unica tabella di marcia.
Non esiste una ricetta precompilata e nemmeno un profilo ideale che riesca sempre a cogliere in modo efficace nuovo inizio. Incidono anche il tipo di obiettivo e la capacità di attendere i risultati. Spesso, infatti, quando ci prefissiamo un obiettivo, facciamo fatica ad attendere una ricompensa che arriverà nel futuro e tendiamo a preferire gratificazioni più immediate. In questo caso, Gagliardi fa riferimento a quel concetto che in psicologia si definisce sconto iperbolico: più una ricompensa è lontana nel tempo, meno tendiamo a percepirne il valore.
È anche per questo che, a volte, cerchiamo deliberatamente di vincolarci a una scelta futura. Si tratta della logica dell’autovincolo e consiste nel prendere una decisione in un momento in cui siamo più lucidi, prevedendo che in futuro potremmo trovarci in una situazione diversa.
Un esempio è il caso di chi sottoscrive un abbonamento annuale molto costoso in palestra proprio sapendo che, qualche mese più avanti, potrebbe perdere la motivazione.
A tal proposito, l’autore di Non è la Zebra introduce la fallacia dei costi sommersi: una volta sostenuto un costo, tendiamo a considerarlo nelle decisioni successive anche quando, razionalmente, quel costo non dovrebbe più influenzare la scelta. I soldi già spesi, infatti, non possono essere recuperati, indipendentemente dal fatto che si continui o meno ad andare in palestra. In questo modo, la spesa iniziale può diventare un incentivo a non abbandonare l’obiettivo, anche quando la motivazione è ormai diminuita.
Chi attiva un costoso abbonamento in palestra probabilmente si conosce molto bene e sa a quali errori potrebbe andare incontro una volta persa la motivazione. Perciò, partire dall’autoconsapevolezza è sicuramente un buon inizio, anche se dipende molto dal tipo di fenomeno.
Quindi non siamo dei procrastinatori seriali?
Assolutamente no. Sulla procrastinazione se ne fa una questione morale molto grave. Nel senso che l’idea di essere un procrastinatore non è che racconti qualcosa di molto bello su di te.
Il problema è che dietro la procrastinazione non c’è semplicemente un difetto connaturato alla persona. Sono dei processi universali, molto diffusi, che si possono studiare e che si possono in qualche modo cambiare. Però questo approccio all’idea della procrastinazione deve essere non giudicante e, se vuoi, anche sistemico.
La divulgazione sugli errori cognitivi può avere un ruolo importante. Essere consapevoli dei meccanismi della mente ci aiuta a riconoscere le scorciatoie che prendiamo e a prevedere situazioni potenzialmente problematiche.
Purtroppo, la consapevolezza di un errore non basta a correggerlo. Tuttavia, può essere un primo passo per comprendere meglio noi stessi e i meccanismi che guidano le nostre decisioni. Questo non significa diventare degli infallibili calcolatori, ma imparare a conoscerci meglio in quanto esseri umani.






